In Cjadovri la ultime bataie de indipendence furlane storiche

Note FOGOLÂR CIVIC pe stampe taliane – Udin, 4 Otubar 2020

CI FU UN 3 APRILE MA ANCHE UN 3 OTTOBRE!”

Piccola rappresentanza euroregionalista friulana a Udine ha ricordato il seicentenario della battaglia di Pieve di Cadore, ultima resistenza, al di qua delle Alpi, dell’antico Stato transfrontaliero dei Patriarchi di Aquileia, remota matrice dell’odierno Friuli Venezia Giulia autonomo, in gran parte, al tempo, occupato dalla Serenissima. Lettere commemorative inviate al Comune cadorino ed al governatore veneto Zaia. Il promotore dell’iniziativa, prof. Travain: “Biasimevole l’oblio diffuso di un eroico manipolo internazionale che sino all’ultimo, con le armi in pugno, si batté per una bandiera che ancora i friulani considerano propria e che unì e potrebbe tuttora unire numerose genti tra la Drava e l’Adriatico!”.

Alla cortesia di Sindaco, Assessori e Consiglieri del Comune di Pieve di Cadore c/o recapito istituzionale – Udine, 3 ottobre 2020 di fronte all’urna del Beato Bertrando nella Cattedrale – Oggetto: VI centenario dell’ultima resistenza patriarcale aquileiese a Pieve di Cadore contro l’invasione veneziana. Pregiatissimi, la presente per condividere con Lei e la Sua gente debita memoria del VI centenario dell’ultima sanguinosa resistenza, presso il castello di Pieve di Cadore, del nostro antico Patriarcato di Aquileia, sorta di piccola Europa unita a cavaliere delle Alpi orientali, aggredito e invaso dalla Serenissima. Al ricordo del nostro eroico capitano Erasmo di Friesach e dei suoi valorosi, che, il 3 ottobre 1420, furono travolti dalle schiere dal generale veneziano Delfino Venier, va il nostro più grato riconoscimento, rimembrando lo storico rispetto che il principato patriarcale aquileiese aveva sempre manifestato nei confronti del libero popolo cadorino, alla fine indotto forzatamente a scegliere Venezia. Quale tributo di rimembranza, siamo a deporre simbolicamente, per Loro contezza, qui, un mazzo di fiori, con i colori di Madre Aquileia, nel duomo di Udine, ai piedi dell’urna del Beato Bertrando, nostro antico comune patriarca-principe che riconobbe per primo al Cadore i suoi gloriosi Statuti civici. Con remota fraterna amicizia”. Questo il testo della lettera firmata sabato 3 ottobre 2020 a Udine, presso la sepoltura del patriarca aquileiese Bertrando di Saint Geniès, dal presidente dei sodalizi Movimento Civico Culturale Alpino-Adriatico “Fogolâr Civic”, Circolo Universitario Friulano “Academie dal Friûl” e Coordinamento Euroregionalista Friulano “Europa Aquileiensis”, prof. Alberto Travain, e da altri attivisti del locale civismo quali la prof.ssa Renata Capria D’Aronco, presidente del Club per l’Unesco di Udine e della Pro Arengo Udine – Associazione Udinese per il Recupero della Democrazia Storica Partecipata oltreché prefetto del Sovrano Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, Cipro, Rodi, Malta e San Pietroburgo; le signore Marisa Celotti e Milvia Cuttini; la sig.ra Iolanda Deana, segretaria del Fogolâr Civic; la sig.ra Renata Marcuzzi; la dott.ssa Maria Luisa Ranzato; la sig.ra Mirella Valzacchi. Ed in tale occasione i civisti udinesi hanno anche scritto al governatore del Veneto dott. Luca Zaia, da poco rieletto alla guida della regione contermine. “Oggetto: indirizzo di saluto dal civismo euroregionalista friulano. Pregiatissimo, nel ricordare oggi il seicentenario dell’ultima resistenza dello Stato friulano, il 3 ottobre 1420, a Pieve di Cadore, contro l’avanzata della Repubblica veneta, si coglie senz’altro l’occasione, non solo per celebrare i nostri eroi del passato, ma anche per onorare i più meritevoli tra i figli dei nostri antichi nemici: Lei è tra questi, saggio ed amato governatore della sua regione, che tutti noi certamente stimiamo e cui auguriamo, per il rinnovato mandato, ulteriori e maggiori successi, in una prospettiva che magari possa rinverdire storiche fratellanze oggi si direbbe euroregionali nel segno comune di Madre Aquileia. Con sincera ammirazione”. Quel mazzo di fiori recante i colori civici “euroaquileiesi” e la dedica Par buine memorie di Rasm di Frisac e dai siei valorôs, che za fa sîscent agns a Plêf in Cjadovri a àn batût fin tal ultin cun chê di difindi il Stât di Aquilee dal assalt venezian”, ora ai piedi dell’urna del Beato Bertrando, che tanto amò e beneficò il Cadore quando era alla guida dello Stato patriarcale, “non vogliono essere revanscismo friulano ai danni dell’odierno Veneto – ha detto Travain – bensì affermazione dell’attualità di una comunanza culturale, spirituale, tra territori che è giusto riscoprano e valorizzino passati legami in grado magari di rafforzarne lo spirito collaborativo e coesivo in più campi. Certo fa specie che nel Cadore seicento anni dopo non risultino affatto, a dar retta al web, commemorazioni di quegli eroi, giunti da tutta la Mitteleuropa, dalla Boemia al Tirolo, per difendere l’Aquila di Aquileia dal Leone di San Marco, mentre pare si sia prediletta la formula, più politicamente corretta, si fa per dire, delle celebrazioni della dedizione del Cadore a Venezia, suo capoluogo regionale attuale. Ancora più specie fa naturalmente la più totale e immorale assenza di memoria storica diffusa tra le istituzioni e le organizzazioni del Friuli Venezia Giulia dichiaratamente preposte alla promozione di un’identità friulana ovviamente inscindibile da conoscenza e coscienza del passato da cui trae radici. Erasmo di Friesach e i suoi, cui dovremmo senz’altro aggiungere anche tutti gli uomini dell’estremo presidio aquileiese di Botestagno, a nord di Cortina, che, quando oramai tutto era perduto, con la loro tenacia e certo favoriti dal luogo imprendibile, costrinsero la Serenissima a venire a patti e a comprare il castello per evitarsi uno spaventoso spargimento di sangue, dovevano forse essere ricordati con debita civile commemorazione dalle autorità stesse della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia la cui insegna è un richiamo alla matrice di Aquileia? Secondo me, sì. La Storia non può essere solo materia da convegni, libri, musei o rievocazioni più o meno carnascialesche, ma qualcosa di vivo, dentro di noi oltreché nel paesaggio che ogni giorno vediamo: qualcosa di vivo come vivi furono coloro che seicento anni fa si batterono per bandiere e per idee alle quali noi oggi diciamo, quando va bene, di riferirci, mutatis mutandis, nella costruzione del nostro presente e del nostro futuro. Chi è autonomista ed europeista ad un tempo non può certamente permettersi, in coscienza, di dimenticare gli ostinati eroi del Cadore patriarchino: non può minimizzare stupidamente il valore di un ricordo che è ancora lezione sebbene a distanza di tanti secoli! C’è stato, dunque, un 3 aprile, quello del 1077, che ha visto nascere lo Stato aquileiese di cui il Friuli fu nucleo importante e del quale il Friuli Venezia Giulia di oggi richiama in Italia il ricordo, data giustamente celebrata al presente come ricorrenza istituzionale; c’è stato, però, anche un 3 ottobre, sei secoli fa, che invocava un ricordo non meno pregnante: giorno per onorare i nostri caduti, anzi i caduti di entrambe le parti di una tremenda guerra civile, carne viva vera della nostra Storia, rimontante al momento in cui ciò che nel 1077 era stato creato scomparve per sempre, mentre ancora, in Istria, ultimi valorosi si battevano per il Patriarcato ed in Friuli il vecchio vessillifero aquileiese, Marco di Moruzzo, da eroe, si accingeva a salire il patibolo. Una comunità che non ricorda i propri caduti è certamente indegna di esistere e pronta a cedere vergognosamente ad un colpo di spugna! Una comunità la cui memoria, quando va bene, arriva soltanto sino alle guerre dei propri nonni e bisnonni, liquidando come insignificante intimamente ogni richiamo che vada oltre il secolo, è una comunità culturalmente e moralmente immatura, superficiale: una nullità elevata a parvenza. Cerchiamo di correggerci, pena l’estinzione! Resta comunque biasimevole l’oblio diffuso della vicenda di un eroico manipolo internazionale che, sino all’ultimo, con le armi in pugno, dovette battersi per una bandiera che ancora i friulani considerano propria e che unì e potrebbe tuttora unire culturalmente numerose genti tra la Drava e l’Adriatico!”. Dopo l’appassionato discorso, rigorosamente in lingua friulana, del prof. Travain, promotore dell’iniziativa, alla breve cerimonia privata, tenutasi nel duomo di Udine, di fronte a piccola rappresentanza associazionistica, ha preso la parola anche la prof.ssa D’Aronco, figura eminente del civismo locale, che ha ringraziato sinceramente il leader fogolarista per questi richiami a una “memoria storica senza la quale nulla avrebbe un senso nella coscienza identitaria friulana”; tema, poi, ribadito dalla dott.ssa Ranzato, nativa del Dogado veneziano e da anni impegnata nella società civile udinese, che ha espresso meraviglia riguardo al fatto che nessun altro storico o intellettuale di Udine e del Friuli si sia fatto carico di promuovere tali significative rimembranze, ricordando piuttosto come nel Veneto, da molti anni, vi sia, invece, particolare attenzione al ricordo di chi, nel corso dei secoli, si batté per la Serenissima.

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